Curiosità: Studenti e Professori

I Girondini in San Vigilio

Un nuovo regolamento per l’Università proibì nell’ottobre del1850 gli applausi ai professori, l’accompagnarli “a casa in folla”, gli “attruppamenti” della scolaresca ed ogni tipo di protesta collettiva che richiamasse le manifestazioni del biennio 1848-49. Nonsolo: docenti e studenti furono obbligati ad assistere a specialiconferenze di argomento politico- religioso da tenersi nella chiesa universitaria di San Vigilio .La prima di queste fu fissata per il 16 dicembre.

L’oratore era padre Giovan Tommaso da Flaro, «noto – scrisse in un suo rapporto il capo della polizia – per il suo attaccamento all’imperialregio governo». Il provveditore dell’Ateneo Stanislao Grottanellide’ Santi, prevedendo negative reazioni da parte della scolaresca, minacciò di far perdere l’anno a coloro che non fossero intervenuti, ma non potè impedire che un centinaio di studenti, appena l’oratore iniziò a parlare della necessità di educare religiosamente i giovani, cominciassero a urlare, a battere le mani e a fare “il verso del gallo”, tanto che la predica fu sospesa. L’arcivescovo Mancini intervenne mandando al diavolo i contestatori, che finalmente uscirono – secondo il rapporto del capo-commesso della Pubblica Vigilanza – urlando “come se uscisserodal teatro”. Avviatisi poi gli studenti verso il Caffè Greco, loroabituale ritrovo, scoppiò una baruffa fra alcuni di opposte opinioni, seguita dall’arresto di quattro giovani e dall’ordine di chiuderel’Università.Poco dopo furono presi speciali provvedimenti contro un gruppodi scolari segnalati “come turbolenti e di principi avversi al buonordine”. Alcuni di essi furono condannati a perdere l’anno scolastico e altri furono “sottoposti a severo monito, con minaccia di espulsione alla prima mancanza”.

L’Ateneo fu riaperto il 31 gennaio 1851 e i corsi furono prolungati fino al 31 luglio. Contro questa decisione protestarono allora alcuni docenti, le cui istanze furono così giustificate al ministro dal provveditore Grottanelli de’ Santi: «Sono certamente ammissibili quella del professor Giuli, che vive una vita più che dimidiata, e del professor Capezzi, che gli occhi valgono meno della metàdella vista; del professor Filugelli, che contro le fisiche apparenze qualche lesione al fegato debba averla; del professor Martini, alquale nulla manca che l’utero per essere dichiarato isterico a rigordi termine, e che, senza esagerazione, è realmente nervoso al sommo grado». Anche sul contegno degli studenti, il provveditore annotò nella stessa lettera: “Sono stati savissimi dopo il malaugurato dicembre1850 e la loro condotta sia nell’interno, sia all’esterno, e specialmente nel decorso maggio [cioè alla commemorazione dei cadutidi Curtatone e Montanara] è stata lodevolissima. Quanto al potere mutare l’animo dei Girondini che li dirigevano nel dicembre1850, questo Ella sa bene è in potere né del disposto del 31 gennaio, né in altra forza umana”.

Gli studenti in battaglia

Nell'aprile 1848 tre professori, un assistente e cinquantacinque studenti dell'Ateneo senese costituirono la compagnia della Guardia universitaria e parteciparono, a fianco dei colleghi pisani, alla decisiva difesa dell'esercito sardo nei campi lombardi di Curtatone e Montanara.

Il 29 maggio scoppiò la battaglia, alla quale parteciparono molti volontari, fra i quali i toscani, che tennero testa per l'intera giornata all'esercito austriaco, ben armato e numericamente superiore, comandato dal generale Radetzky.
Nonostante la vittoria degli austriaci, "un nemico quattro volte maggiore" rispetto agli italiani presenti sul campo di battaglia, la loro strenua resistenza permise all'esercito piemontese di riorganizzarsi, vincendo il giorno seguente nella battaglia di Goito.

Il battaglione universitario senese ebbe sedici morti, venti feriti e dodici prigionieri. A Siena la notizia delle sorti della battaglia e dei valorosi studenti destò grande emozione. Fu stampato un ricordo funebre per i caduti, con una giornata di lutto cittadino durante la quale "ogni officina, ogni taberna doveva in quelle ore solenni rimanere chiusa e tacere" e il Comune decise di non correre il palio del 2 luglio di quell'anno

"Romorosi applausi" in aula

Quando poi nel 1831 scoppiarono in Romagna i moti carbonari di ascendenze repubblicane e ispirati da Giuseppe Mazzini, molti liberali italiani si schierarono a favore degli insorti. Nell'Ateneo senese i primi docenti ad esporsi durante le lezioni universitarie furono due padri scolopi: Massimiliano Ricca e Tommaso Pendola, professori di Fisica teorica e di Filosofia. I loro interventi liberali, in aula, venivano sovente sottolineati dagli studenti con calorosi applausi. Manifestazioni che furono definite dalle autorità accademiche come "incivili battimenti di mano", con l'invito ai docenti a non tenere discorsi politici capaci di suscitare gli applausi degli studenti.

Pochi mesi dopo anche Francesco Antonio Mori e Celso Marzucchi, docenti di Istituzioni criminali e Istituzioni civili, seguirono l'esempio degli scolopi manifestando simpatia verso i carbonari e inducendo il provveditore Giovanni Piccolomini a minacciarli di licenziamento. Per evitare che gli studenti mostrassero la loro adesione alle tesi 'sovversive' sostenute dai docenti venne espressamente vietato di applaudire i professori nel corso e al termine delle lezioni, invitando i docenti stessi a proibire agli studenti i "romorosi applausi".

1847 il luglio "caldo" degli studenti

Nel clima già caldo per i moti popolari dovuti al caro-pane, a Siena la situazione politica degenerò nel luglio del 1847. Lodovico Petronici, uno studente di Rocca San Casciano iscritto alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, venne ferito a morte dai carabinieri in un tafferuglio avvenuto il 6 luglio nei giardini della Lizza. Petronici era stato espulso nel 1844 dall'Università di Pisa perché membro di una società segreta; dopo aver scontato undici mesi nelle carceri di Livorno, aveva potuto riprendere gli studi con l'obbligo di trasferirsi a Siena. Era rimasto comunque un soggetto da tenere sotto controllo. In un rapporto presentato il 5 giugno 1847 si riferisce di un'animata discussione avvenuta tra un sacerdote e lo studente, il quale, invitato dal religioso a togliersi il cappello al passaggio di una processione, avrebbe risposto: "Mi leverò il cappello quando a te verrà un accidente".

La sera del 6 luglio, con altri studenti, il Petronici uscì da un'osteria cantando canzoni patriottiche. Erano diretti verso la Lizza quando incontrarono una pattuglia di carabinieri che intimò loro di tacere. Alcuni studenti si allontanarono mentre cinque, compreso lo stesso Petronici, giunsero alla Lizza dove iniziarono a giocare a "sbirri sbandati". Non è chiaro come si svolgesse il gioco, ma dal nome si può pensare che fosse una presa in giro dei carabinieri, che, infatti, intimarono bruscamente agli studenti di "ritirarsi a casa". Si accese così un diverbio, nel corso del quale un carabiniere colpì Petronici con un colpo di sciabola. Lo studente ferito raggiunse a piedi l'ospedale di Santa Maria della Scala, dove morì il 30 luglio per le conseguenze della ferita.

La bandiera dimenticata

Il 10 novembre 1847 il granduca Leopoldo II autorizzò l'istituzione della Guardia Universitaria, scelta tra i docenti e gli studenti, con il profitto migliore. La Guardia fu dotata di una propria bandiera tricolore recante, al centro, lo stemma dei Lorena. Il vessillo venne consegnato agli universitari il 20 febbraio 1848 da un Comitato di signore senesi nel corso di una cerimonia organizzata per festeggiare lo Statuto concesso tre giorni prima da Leopoldo II. La bandiera fu cucita dalla sarta Elvira Gianni, lo stemma e l'iscrizione "GUARDIA UNIVERSITARIA" in caratteri d'oro furono dipinti da Alessandro Maffei, uno dei pittori senesi più apprezzati dell'epoca; infine l'asta, un'alabarda d'acciaio, fu realizzata dal fabbro Pasquale Franci su disegno dell'intagliatore Antonio Rossi. Il 24 marzo 1848 però, quando la Guardia partì da Siena per unirsi al contingente pisano e proseguire verso la Lombardia, i volontari, forse per una dimenticanza giustificabile con l'eccitazione del momento, dimenticarono di portare con loro il tricolore con lo stemma lorenese.

Nel 1859, come scrisse alcuni anni dopo il Rettore Muzio Pampaloni, la bandiera venne "mutilata per ridurla a bandiera dell'Ateneo". Non è chiaro in cosa sia consistita questa "mutilazione", comunque il tricolore è giunto ai nostri giorni lacero e, così malridotto, da essere naturalmente considerato come la bandiera della battaglia. Nel 1865, quando Firenze era capitale del Regno d'Italia, la bandiera fu ceduta alla raccolta di vessilli patriottici costituita nel museo di San Marco a Firenze, dalla quale fu recuperata nel 1888. Durante quegli anni, l'Ateneo ne fece eseguire una copia attualmente conservata nell'anticamera del Rettore. Dal 1888 alla metà del secolo successivo, il tricolore originale fu conservato in un cofanetto per essere poi sottoposto a un restauro ed esposto in una teca. Nel 2010 è stato nuovamente restaurato a cura del Lions Club di Siena.

Goliardi tagliati e … leggende metropolitane

Secondo una tradizione priva di fondamento, gli universitari sarebbero andati in battaglia, a Curtatone e Montanara, indossando il goliardo al quale, per poter meglio prendere la mira, avrebbero tagliato la punta. In realtà il goliardo con la lunga punta è entrato in uso solo nel Novecento e la divisa della Guardia Universitaria era completata da un berretto con visiera.

Monture e divise militari

Il governo destinò pochi fondi all'equipaggiamento della Guardia Universitaria, creata nel 1847, e anche l'Università contribuì in maniera molto limitata all'equipaggiamento. Per questo motivo i volontari, almeno in parte, dovettero provvedere autonomamente, "pagando un tanto il mese", alle spese per la loro "montura", vocabolo usato come sinonimo di divisa militare. Non tutti i volontari, però, disponevano di risorse sufficienti per l'equipaggiamento e molti non poterono pagare il cappotto.

Le divise, inoltre, non erano tutte in perfetto stato di conservazione e la guardia Giovan Battista Cavaglieri il 26 gennaio 1849 ricevette "una montura usata con alcune tignature". Negli anni successivi le Contrade parteciparono alla sfilata precedente la corsa del Palio indossando costumi ispirati a divise militari e perciò definiti anch'essi monture. Termine che rimase legato all'abbigliamento delle Contrade anche dopo gli anni Settanta dell'Ottocento, epoca dalla quale i costumi iniziarono ad essere ispirati al Rinascimento.

Cappelli sovversivi

Nell’Italia preunitaria, come sappiamo, numerosi rapporti di polizia seguono e segnalano i movimenti degli studenti. Tra il 1854 e il 1855 e, non così curiosamente come si può pensare, i rapporti al provveditore rimarcano anche che tipo di cappelli gli studenti indossano .
Come quello del 22 novembre 1854 nel quale si segnala che alcuni studenti si erano recati al teatro dei Rozzi con cappelli “a Garibalda” e “alla pagliaccia”. Circa una settimana più tardi, il 29 novembre, ancora a questo proposito, si mette a rapporto “che in disprezzo degli ordini superiori si fecero vedere per la città col solito cappello a cencio” e alcuni di essi anche “col cappello tondo”, “fascettone al collo e sigaro in bocca”. La gamma dei cappelli sovversivi studenteschi è quanto mai varia, se l’anno successivo, il 26 marzo 1855, se ne denunciano alcuni veduti “col cappello alla marinara basso foderato d’incerato” o col “cappello alla pagliaccia nero”.
In realtà i cappelli erano tenuti d’occhio perché individuati come segni di appartenenza alle società segrete, affiliate o ispirate alla Giovine Italia, e più in generale erano indossati da coloro che condividevano ideali liberali e democratici.
Questi accessori dell’abbigliamento erano considerati sovversivi perché intesi come rifiuto di quanto era rappresentato dal borghese cappello a cilindro “a cocuzzola alta”. L’uso del cappello come elemento distintivo era stato presto notato dalle autorità e, in seguito, era stato esplicitamente vietato agli studenti di indossare “un cappello differente da quello che suol portarsi a cocuzzola alta”. Questi veti indussero i giovani a reagire e in molti acquistarono dai rigattieri cappelli a cilindro in cattive condizioni, che indossarono per assistere alle lezioni prendendosi gioco del divieto.

In scena per le armi

Nel dicembre 1859 Giuseppe Garibaldi, mentre stava organizzando la spedizione nel Regno delle Due Sicilie, auspicò la nascita di un esercito formato da un milione di italiani armati con altrettanti fucili. E lanciò un  appello che si concluse con la celebre frase: “L’Italia si armi, e sarà libera!”. Nel febbraio dell’anno seguente gli universitari senesi, volendo collaborare alla raccolta di fondi “per l’acquisto dei fucili proposto dal Generale Garibaldi”, organizzarono una rappresentazione teatrale.

La sera del 4 febbraio nel teatro dell’Accademia dei Rozzi venne messa in scena la commedia Un viaggio per istruzione con farsa, dell’avvocato e commediografo pisano Tommaso Gherardi del Testa, reduce da Curtatone e Montanara. Nei ruoli maschili recitavano gli studenti, mentre quelli femminili, non essendovi ancora studentesse, erano interpretati dalle attrici della Compagnia Pagnini.

Ripensamenti

L’entusiasmo per l’impresa che Garibaldi stava per iniziare indusse, l’11 maggio 1860, sei studenti senesi – quattro di Giurisprudenza, uno di Medicina e uno di Farmacia – a recarsi a Livorno per arruolarsi nelle file garibaldine. Nel corso del viaggio, però, i sei giovani ebbero probabilmente qualche ripensamento, tant’è vero che tre giorni dopo erano già tornati a Siena e avevano ripreso le lezioni.