Curiosità: Risorgimento dentro le mura

Socialisti e sanfedisti

Seguendo l’esempio dei fratelli Celso e Teresa Bargagli, dei quali era diventato buon amico, lo scolopio Tommaso Pendola – insegnante al Collegio Tolomei – avviò a Siena una vera e propria Scuola per sordomuti. La prima sede della Scuola fu nella casa in afftto di Alessandro Corbelli in via San Pietro alle Scale; fu poi trasferita in via delle Murella e infne, nel 1828, nell’ex Convento di S. Margherita in Castelvecchio, acquistato con l’aiuto di Stanislao Grottanelli, professore di cli-nica medica, di altri privati cittadini e con un mutuo ottenuto dal Monte dei Paschi.

Nel nuovo Istituto si provvide a dare ai piccoli sordomuti an-che un’istruzione professionale. Insieme con le offcine di sarto, falegname e calzolaio, si dimostrò particolarmente fertile l’attività della scuola di tipografa, diretta da Luigi Lazzeri. Nel 1851 uscì da quella Stamperia un libretto scritto da un certo Padre Spina, che l’arcivescovo Mancini accusò di “fanatismo liberale”, coinvolgendo nell’accusa il direttore dell’Istituto. Tommaso Pendola reagì alle accuse, rispondendo al Mancini per le rime: «Noi viviamo in tempi diffcili e se i Socialisti tentano di rovesciare la società, i Sanfedisti, col merto della Religione, le scavano i fondamenti […] L’ecclesiastico, a sugo mio, deve essere uomo di nessun partito e di tutti i partiti; di nessun partito perchè non è di questo mondo e la sua bandiera è la Croce; di tutti i partiti perchè deve abbracciarli tutti e stringerli con un sol capo che è Gesù Cristo». Il severo prelato replicò: «Mi permetto dirle che nella sua risposta non so riconoscere il Padre Pendola […] Se per Sanfedisti vossignoria intende gl’ipocriti, convengo pienamente con Lei, ma avverta che nel senso di chi adopera questo bel termine si comprende in esso tutti i buoni Cattolici, di ciò non v’ha dubbio. Debbo avvertirla per certa sua regola che le dicerie intorno al Collegio sempre persistono, e qui e in Firenze. Tutti convengono (e credo non siano Sanfedisti) che il Padre Pendola è buono ed eccellente, ma alcuni risultati gli fanno dubitare di errori». E certo gravi errori erano per l’arcivescovo Mancini le dottrine del Rosmini, che Pendola divulgava nei suoi scritti ed anche la benedizione, che lo Scolopio aveva impartito agli studenti in partenza per Curtatone il 24 marzo del 1848.

Sciabole e affreschi

Mentre i miei operai mettevano in ordine il nuovo laboratorio, nel levare i ragnateli dalla parete della stanza più grande, si ac-corsero che sotto l’intonaco c’era un dipinto, e con un’ascia cominciarono a raschiare per vedere cosa fosse. Io ero presente a questa operazione. A poco alla volta si scopri la testa di un Cristo. Era una bella figura molto espressiva e temendo che i miei operai dovessero sciuparla con quell’arnese di cui si erano serviti, ordinai che cessassero”.
Così Pasquale Franci racconta il ritrovamento avvenuto nel 1850 del grande affresco della Crocifissione, che Pietro Lorenzetti dipinse nella sala capitolare del Convento di San Francesco. A quella prima scoperta ne seguirono subito altre due, che misero in luce i dipinti del fratello di Pietro, Ambrogio, col Martirio dei frati francescani e con San Ludovico e Bonifacio VIII. Grazie all’intervento del Franci e al contributo del Monte dei Paschi, una Commissione delle Belle Arti, con una delicata operazione, fece staccare dalle pareti i tre affreschi per trasferirli nell’adiacente chiesa di San Francesco, dove si possono ammirare dal 1855.

Il locale dove le tre preziose opere furono trovate era stato affittato a Pasquale Franci dal Seminario senese; doveva ospitare una nuova grande officina, in cui l’ancor giovane industriale del ferro battuto avrebbe di lì a poco dato lavoro a circa cento operai. La sua fortuna era cominciata con la fattura di un’alabarda per la bandiera che le dame senesi offrirono nel 1847 alla Guardia Universitaria e poi con la produzione di molte sciabole per i militi della Guardia Civica di Siena, Colle e Grosseto nel fatidico 1848. Dopo aver lasciato a sette anni l’Orfanotrofio, Franci era stato messo a garzone da un fabbro. Autodidatta, aveva cominciato giovanissimo a frequentare la farmacia Cioli, dove – come racconta lui stesso – “si radunavano diversi medici ed altre rispettabili persone della città, e dai discorsi che vi si tenevano riguardo alla politica, principiai a capire alla meglio lo scopo di quei moti rivoluzionari [...] Anche in me cominciò a farsi sentire lo spirito di italianità e mi divertivo quando la sera si entrava a parlare di questi rivolgimenti politici”.

Evidentemente, lo “spirito di italianità” che animava il Franci fa-vorì il suo lavoro, che si sviluppò soprattutto nella produzione di letti in ferro e di altri mobili e che gli permise di ampliare sempre di più l’officina, nata in un piccolo locale di via dei Termini , e di costruire per i suoi quattro figli un grande palazzo nella strada di san Lorenzo (poi intitolata a Garibaldi). Alcune sue opere in ferro battuto furono presentate all’Esposizione mondiale di Firenze nel 1860, all’Esposizione di Londra nel ‘62 ed altre furono commissionate da musei di Torino, Budapest e Parigi. Dell’officina Franci è anche la cancellata della Banca d’Italia a Roma. L’autobiografia di questo self-made-man, intitolata “Appunti e ricordi della mia vita”, fu stampata a Siena nel 1895 e all’inizio del Novecento fu adottata nelle scuole elementari cittadine come libro di lettura, affiancando i “racconti mensili” d’ispirazione patriottica e sentimentale del “Cuore” di Edmondo De Amicis.

La "Innsbruck italiana"

Siena fu denominata la "Innsbruck italiana" perché accolse il Granduca e la sua famiglia in fuga dopo i tumulti del 1848-49, così come la città tirolese aveva accolto l'imperatore asburgico sfuggito alla rivoluzione. Nonostante il fatto che nel giugno 1848, dopo i gravi disordini patriottici del luglio 1847, seguiti alla morte dello studente Ludovico Petronici, la città reagisse ancora con commozione e giubilo alla notizia della battaglia di Curtatone e Montanara, cui aveva il 28 e 29 maggio 1848 partecipato il battaglione universitario senese, i focolai di rivolta legittimista non si spensero mai del tutto.

Quando giunse la notizia della sconfitta di Novara, nell'aprile 1849, il popolo si recò subito in Piazza del Campo per abbattere ancora l'albero della libertà e tumultuare a favore di Leopoldo II, tanto che nel luglio 1849 tornarono i soldati austriaci e il Granduca, dopo avere abbandonato Firenze, si trovò costretto ad abbandonare anche Siena.

Il tricolore sul Palazzo Pubblico

Alla fine degli anni cinquanta, tra il 1857 e il 1859, i fermenti patriottici furono comunque assai più cospicui e dopo la battaglia di Solferino, nel luglio 1859, il tricolore fu issato nel Palazzo Pubblico, venne eletta l'Assemblea toscana e, il 26 aprile 1860, Vittorio Emanuele II fu accolto con entusiasmo a Siena dove si era formato un «Comitato per l'Unità d'Italia» presieduto da Bartolomeo Aquarone, professore a Giurisprudenza.

"Toccata e fuga" dei principi

Nei primi giorni di febbraio del 1861 si fermarono a Siena Umberto e Amedeo, i figli del re. Fecero una breve sosta, giusto il tempo per una capatina ai Rinnovati, per uno spettacolo, e ai Rozzi, dove, gli Accademici organizzarono una elegante e spumeggiante festa da ballo in loro onore. Il mattino seguente ripartirono di buon'ora con il treno.

Se non suona il "campanone"

Il 13 marzo 1861 cessava di esistere il Regno delle Due Sicilie, dopo che le truppe garibaldine avevano costretto alla resa la fortezza di Gaeta, dove si era rifugiata la famiglia reale. A Siena la notizia fu accolta con gioia con una punta di polemica cittadina, quando, essendo già pronta la banda per festeggiare, non suonò il campanone della Torre del Mangia. La polemica si inasprì parecchio quando circolò la voce che il campanone non aveva suonato perché mancava l'ordine da Firenze! I senesi proprio non digerirono il fatto che per suonare Sunto, la voce più antica e amata della città, si dovesse chiedere il permesso ai fiorentini e si arrivò a momenti di notevole "nervosismo".

Il Re e il Regno d'Italia

Il mese di marzo del 1861 fu un mese di festeggiamenti a Siena come nel resto del novello Regno. La sera del 14, alla notizia della proclamazione ufficiale del Regno d'Italia, ci furono in città giubilo e cortei, accompagnati dal suono del Campanone. La festa solenne fu celebrata la domenica successiva, il 17.
In Piazza del Campo, a mezzogiorno, dal balcone, poi dismesso, di Palazzo Pubblico, il Prefetto ufficializzò la proclamazione del Regno d'Italia, mentre alla Cappella si solennizzava l'evento con l'inno ambrosiano.

Si vota per l'Italia

Dopo la definitiva partenza di Leopoldo II dalla Toscana, sotto il governo provvisorio di Bettino Ricasoli, l'11 e 12 marzo 1860 viene indetto il plebiscito per l'annessione al regno sabaudo. Potevano votare solo i cittadini maschi maggiori di 21 anni, che godevano dei diritti civili. Nella provincia di Siena, su 55.202 iscritti, ne votarono 43.802. Questi i risultati: 42.395 per l'unione al Piemonte, 1.052 per un regno separato, 352 voti furono dichiarati nulli.

Botteghe "sospette"

Nel 1852 gli atti processuali di un procedimento verso alcuni liberali senesi, mettono in luce i luoghi nei quali questi si riunivano. Uno dei più noti era il caffè Quattro Cantoni, dove il proprietario Carlo Cimballi incartava i panforti con carta bianca, rossa e verde. Altre riunioni segrete si svolgevano nelle locande Del Re e delle Nuove Donzelle, nella trattoria S. Martino e nell’osteria di Marcello Maccari a San Giusto. Nella bottega del calzolaio Vignali, pare che si cercasse di creare un Comitato insurrezionale, con un programma ben preciso, ma anche che si recitassero poesie satiriche, prendendosela, in particolare, con la signora Forteguerri che riceveva, a casa sua, gli ufficiali austriaci.